Il Camerun, tra Biya e Jean Claude

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“Mentre negli Stati Uniti sono stati al potere cinque presidenti diversi, in Camerun comandare è sempre la stessa persona, che gestisce lo stato senza rendere conto a nessuno, come se fosse una sua proprietà”. Jean Claude Mbede racconta del suo paese d’origine con fare disilluso.

“Il mio – spiega mettendo l’accento sul problema della cattiva classe dirigente che affligge molti stati del continente – è un paese come tanti in Africa. Formalmente è una repubblica, il nome stesso lo dice e le elezioni si svolgono regolarmente, ma in realtà è guidato da persone che si permettono di cambiare la Costituzione come pare e piace loro. ”. Un’analisi fredda e rigorosa, da giornalista quale Jean Claude è. Che colpisce, però, di questo 36enne in Italia da quattro anni, è il fatto non nomini mai, tantomeno per nome, quel Paul Biya che ormai da un trentennio governa indisturbato l’ex colonia francese.

Salito al potere nel 1982, Biya ha emendato nel 2008 la Costituzione camerunense, ha cancellato ogni limite per i mandati presidenziali e, nell’ottobre 2011, ha sfruttato questa modifica per vincere nuovamente le elezioni e governare, a 78 anni, per altri sette. “In un regime come il nostro – continua Mbede – chi comanda vuole mantenere una mano ferma sul paese. Il risultato è una politica di oppressione, con riflessi dittatoriali, nei confronti di chi si oppone. E i giornalisti sono il primo bersaglio di chi non gradisce la democrazia”. Jean Claude, infatti, è stato costretto a lasciare il paese proprio a causa della sua professione. Continue reading

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Auguri, dal “nuovo” Zambia

Due anni fa, ho trascorso due mesi in Zambia, a Lusaka, ospite di una persona che mi ha fatto stare molto bene e mi ha spiegato tante cose di quell’affascinante paese. Da allora, ogni anno, ricevo i suoi auguri di Natale e ogni volta migliorano. Così ho deciso di pubblicarli qui perché sono giornalisticamente molto ben fatti e anche perché, come contenuto, non avrei saputo scrivere niente di meglio. Buon Natale!

Qui è sempre strana la celebrazione del Natale. Niente freddo e neve ma il caldo umido della stagione delle piogge. Niente luci e musiche che creano la dolce atmosfera nella quale siamo cresciuti. Niente regali e scambi di auguri. Niente cenoni e pranzi dove abbonda ogni ben di Dio da bere e da mangiare. Tutto assomiglia alla monotana quotidianità che ogni giorno si ripete. Poi quest’anno Natale cadrà in domenica e tutto lo farà assomigliare ad una qualsiasi domenica dell’anno.

Ma c’è qualcosa di speciale in questo Natale 2011. Se ritorno con la mia mente alla memoria di quella notte ancora mi sale l’emozione che non mi ha permesso di dormire fino all’alba. Ormai erano mesi che si respirava tensione per le elezioni presidenziali del 20 settembre 2011. Muoversi ovunque, nei quartieri della parrocchia o in città, era diventato un problema. Bisognava cercare di capire la situazione e fiutare quel che stava per accadere. Più volte mi è anche capitato di dover scappare o cambiare strada per evitare le rivolte popolari o gli scontri non proprio pacifici tra le bande esaltate dei diversi partiti. Così il giorno delle elezioni arrivò. Ci eravamo preparati alla prigionia volontaria senza sapere bene quanto questa sarebbe durata. La nuova vittoria del presidente fin a quel momento al potere ci avrebbe condotti inevitabilmente alla guerra civile. Tutti erano pronti a combattere perché il desiderio forte e dichiarato del popolo era quello del cambiamento. Non ci sarebbe più stato spazio per un’abituale e ulteriore frode elettorale. Nella settimana precedente provvedemmo alle scorte alimentari che sarebbero stati sufficienti per lungo tempo; i piani di evacuazione con l’ambasciata era chiari e pronti ad entrare in azione con l’arrivo di condizioni critiche di sicurezza, ma la voglia di chiudersi in casa per giorni  non era proprio con me e con noi. Già il giorno prima il silenzio cadde sulla città. Nessuno più si muoveva, nessuna auto o camion in strada, mercati chiusi e deserti. Anche i ragazzi della scuola che animano e rendono rumorose le nostre giornate erano a casa. Per prudenza pianificammo una vacanza forzata almeno per una settimana, in attesa di calma Continue reading

Chikuma, Cina

www.cpvpc.it/chikuma

Chikuma è un piccolo villaggio rurale dell’Angola centro-occidentale. Dista oltre 700 chilometri da Luanda. Dopo il boom economico propiziato al petrolio, lacapitale è cresciuta fortemente e alle baraccopoli delle periferie ha affiancato scintillanti grattacieli fino ad essere stata di recente nominata la città con il più alto costo della vita al mondo.

Una realtà molto diversa da quella di Chikuma: qui la gente vive di agricoltura, cerca di coltivare mais e patata americana nei terreni ancora infestati dalle mine della guerra civile che tra il 1975 e il 2002 ha messo in ginocchio l’ex colonia portoghese. La popolazione del villaggio, come quasi tutto il 43 per cento di angolani che ancora non si è spostato nelle aree urbane del paese, ha accesso con fatica all’acqua potabile e ai servizi sanitari. E la mortalità infantile sotto i cinque anni, anche a causa del colera, è ben più alta della media nazionale (220/1000).

“Qualcosa però in Angola si sta muovendo” osserva padre Josè Adriano Ukwatchali che a Chikuma è responsabile della missione cattolica Madonna della Purificazione. “La strada per arrivare al capoluogo di provincia Benguela, per esempio, è lunga circa 200 chilometri. Fino a un paio di anni era messa talmente male che per farla tutta servivano sette ore. Adesso è stata risistemata e ce ne impieghiamo solamente due”. Il merito – ovviamente non privo di tornaconto – è della Cina che ha finanziato anche la ferrovia che collegherà l’Angola allo Zambia e che consentirà al villaggio di Chikuma di essere ancora meno isolato Continue reading

La Tunisia fa la rivoluzione anche sul parquet

Ok, forse non sarà uno dei tornei più blasonati e seguiti del mondo e forse accostare una rivoluzione ad una competizione sportiva non è poi così rispettoso, però -e lo dico con una buona dose di invidia- per un giovane tunisino appassionato di politica e palla a spicchi il 2011 deve essere stato uno di quegli anni ai quali non si può veramente chiedere di più.

Un anno memorabile, nel quale non solo il popolo dello stato maghrebino è riuscito a cacciare Ben Ali, ma anche la squadra nazionale di basket ha sconfitto la corazzata Angola e ha vinto l’Afrobasket 2011. Il regime dell’ex capo di stato sul popolo tunisino e il dominio degli angolani sulla pallacanestro continentale duravano esattamente dallo stesso anno: il 1989. Continue reading

[Update] Cosa succede in Malawi…

Un altro mese di tempo. Dopo il rinvio delle manifestazioni di protesta indette per il 17 agosto, il presidente Bingu wa Mutharika ha ottenuto altri trenta giorni per cercare di frenare il crescente malcontento del Malawi. Ma se entro il 17 settembre non verranno fatti dei concreti passi avanti nel risolvere i problemi del paese, le opposizioni torneranno in piazza. Tra le loro richieste anche quella di un governo più ristretto ed efficiente. E proprio da qui Bingu è partito.

Venerdì, senza fornire alcuna spiegazione, ha licenziato in tronco i 41 membri del suo esecutivo e, in attesa di sceglierne di nuovi, ha preso ad interim tutte le nomine. Una scelta apprezzata da diversi partiti di minoranza che, per ridurre i costi dello stato, chiedono una squadra si sole 14 persone Continue reading

Cosa succede in Malawi dove, per far benzina, si chiede aiuto a Facebook

In Italia circa il 30 per cento della popolazione ha un account Facebook. Il Malawi è fermo allo 0,5, ma nonostante questo “Malawi Fuel Watch” racconta il paese più di quanto si possa immaginare.

Il gruppo è stato creato il 10 giugno e in poco più di due mesi ha raggiunto i 1900 iscritti. A fondarlo, racconta Global Voices, è stato Frederick Bvalani, impiegato in una ditta di telecomunicazioni di Blantyre che ha deciso di sfruttare Facebook per riuscire a fare il pieno alla propria auto. Nel paese benzinai chiusi e lunghe file sono all’ordine del giorno a causa di una forte penuria di carburante che, tra alti e bassi, si trascina dal 2009 e si è riacutizzata proprio alcune settimane fa.

Ma la benzina non è la sola a scarseggiare. Anche elettricità -spesso prodotta proprio con generatori a benzina- e cibo sono venuti a mancare negli ultimi mesi al punto che lo scorso luglio diverse manifestazioni di protesta contro il presidente Bingu wa Mutharika sono sfociate in violenti scontri con le forze dell’ordine causando morti e feriti in tutto il paese Continue reading

Big (Zimbabwean) Brother

Anche l’Africa ha il suo Grande Fratello, ma questa non è poi una novità. La trasmissione si chiama “Big Brother Amplified” ed esiste ormai dal 2003. Anche qui il format è prodotto dall’onnipresente Endemol e anche al di sotto dell’equatore si è andato allargando. Dagli iniziali 12 concorrenti di altrettante nazionalità, si è passati a 26, provenienti da sedici paesi dell’Africa subsahariana. Tra questi anche lo Zimbabwe che, all’edizione conclusasi lo scorso 31 luglio, ha partecipato con due “reclusi”.

La prima è Vimbai, una modella ventiquattrenne laureata in scienze sociali. Il secondo è Wendall, un pilota di 23 anni. Entrambi provengono dalla capitale Harare, ma la prima è una ragazza nera, il secondo un giovane bianco. E non è una differenza da poco poiché, nel paese che una volta era la Rohdesia, le tensioni razziali non sono del tutto sopite Continue reading