Più di uno stereotipo

Sparano con delle mitragliatrici. Da camion e da imbarcazioni. E quando hanno finito le munizioni, usano dei lanciarazzi. Sono ossessionati dalla violenza, non sorridono mai perché è una cosa stupida e parlano per frasi fatte, brevi e cattive. Non sanno mantenere la calma, amano la guerra e, ovviamente, sono spaventati dagli eroi bianchi con i quali si ritrovano a lottare. Soprattutto da Matthew McConaughey.

Se mai ve ne foste accorti, è così che Hollywood presenta la maggior parte dei personaggi africani delle sue pellicole. A ricordarcelo ci pensano i quattro giovani protagonisti del geniale video qui sotto. Tra uno spezzone di film e l’altro, scherzano sugli stereotipi che li riguardano. “Non penserete davvero che siamo così?” chiedono sornioni, guardando in camera e rivolgendosi idealmente a tutto il mondo occidentale. “Siamo ragazzi piacevoli e cordiali e siamo persino su Facebook: siamo più di uno stereotipo, cambia la percezione!” dicono, appena prima di rivelarsi studenti di medicina e management.

È  a loro che l’Ong Mama Hope ha affidato il compito di lanciare la sua ultima campagna “Stop the pity, unlock the potential” (Ferma la pietà, libera il potenziale) che mira a fornire maggiore istruzione ai giovani africani per far si che anche le loro voci si sentano nel mondo. E non solo nelle pellicole hollywoodiane.

Ora, io non sono un esperto di pubblicità e fund raising per dare un giudizio oggettivo sulla campagna. Nè tantomeno un conoscitore così esperto del variegato universo delle Ong mondiali per valutare come sia realmente – e non solo on line – l’operato di Mama Hope. Potenzialmente, però, sono un donatore e, pur dando il mio contributo molto raramente e con parecchia attenzione, di fronte ad un messaggio come questo mi sono sentito coinvolto e invogliato a contribuire. E per questo ho deciso di farlo almeno con un post. Buona visione!

Il Camerun, tra Biya e Jean Claude

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“Mentre negli Stati Uniti sono stati al potere cinque presidenti diversi, in Camerun comandare è sempre la stessa persona, che gestisce lo stato senza rendere conto a nessuno, come se fosse una sua proprietà”. Jean Claude Mbede racconta del suo paese d’origine con fare disilluso.

“Il mio – spiega mettendo l’accento sul problema della cattiva classe dirigente che affligge molti stati del continente – è un paese come tanti in Africa. Formalmente è una repubblica, il nome stesso lo dice e le elezioni si svolgono regolarmente, ma in realtà è guidato da persone che si permettono di cambiare la Costituzione come pare e piace loro. ”. Un’analisi fredda e rigorosa, da giornalista quale Jean Claude è. Che colpisce, però, di questo 36enne in Italia da quattro anni, è il fatto non nomini mai, tantomeno per nome, quel Paul Biya che ormai da un trentennio governa indisturbato l’ex colonia francese.

Salito al potere nel 1982, Biya ha emendato nel 2008 la Costituzione camerunense, ha cancellato ogni limite per i mandati presidenziali e, nell’ottobre 2011, ha sfruttato questa modifica per vincere nuovamente le elezioni e governare, a 78 anni, per altri sette. “In un regime come il nostro – continua Mbede – chi comanda vuole mantenere una mano ferma sul paese. Il risultato è una politica di oppressione, con riflessi dittatoriali, nei confronti di chi si oppone. E i giornalisti sono il primo bersaglio di chi non gradisce la democrazia”. Jean Claude, infatti, è stato costretto a lasciare il paese proprio a causa della sua professione. Continue reading

Big (Zimbabwean) Brother

Anche l’Africa ha il suo Grande Fratello, ma questa non è poi una novità. La trasmissione si chiama “Big Brother Amplified” ed esiste ormai dal 2003. Anche qui il format è prodotto dall’onnipresente Endemol e anche al di sotto dell’equatore si è andato allargando. Dagli iniziali 12 concorrenti di altrettante nazionalità, si è passati a 26, provenienti da sedici paesi dell’Africa subsahariana. Tra questi anche lo Zimbabwe che, all’edizione conclusasi lo scorso 31 luglio, ha partecipato con due “reclusi”.

La prima è Vimbai, una modella ventiquattrenne laureata in scienze sociali. Il secondo è Wendall, un pilota di 23 anni. Entrambi provengono dalla capitale Harare, ma la prima è una ragazza nera, il secondo un giovane bianco. E non è una differenza da poco poiché, nel paese che una volta era la Rohdesia, le tensioni razziali non sono del tutto sopite Continue reading

Il perché di questo blog…

L’Africa chiama, come Londra nella canzone dei Clash.
E quando parliamo di Africa intendiamo quella nera, o meglio, quella subsahariana.
Perché è principalmente di questa che qui si scriverà ed è solo ed esclusivamente questa che ho visto.

Ma perché -a parte il fatto che suona bene come titolo per un blog- possiamo davvero dire che nel 2010 l’Africa chiama quando in realtà ancora oggi sui nostri media quel che accade al di sotto del Sahara appare così raramente? Le cause sono molteplici.

Continua a leggere nella pagina “Why is Africa calling”

Al Jazeera e la caduta di Mubarak

Al Jazeera è uscita senza dubbio vincitrice dalla primavera che ancora agita tutto il mondo arabo. Ma come è arrivata al successo la tv satellitare che più di qualunque altra dà spazio al Sud del mondo e all’Africa, in particolare?  Quel che è successo in Egitto può aiutare a capirlo. In un video e in un lungo articolo (nel pdf qui accanto) che sono stati il lavoro conclusivo di due anni di Scuola di Giornalismo.