Moving…

Africa Calling dopo un annetto scarso di onorato (e altalenante) servizio su WordPress si trasferisce. Ha trovato ospitalità sulle pagine de Linkiesta, in occasione del blog contest lanciato per il primo compleanno della testata. Vi aspetto:

linkiesta.it/blogs/africa-calling

PS: il primo post al nuovo indirizzo è praticamente identico all’ultimo pubblicato qui. Non sono a corto di idee, è che il video di Mama Hope mi è piaciuto talmente tanto che mi sembrava di buon auspicio per iniziare…

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Più di uno stereotipo

Sparano con delle mitragliatrici. Da camion e da imbarcazioni. E quando hanno finito le munizioni, usano dei lanciarazzi. Sono ossessionati dalla violenza, non sorridono mai perché è una cosa stupida e parlano per frasi fatte, brevi e cattive. Non sanno mantenere la calma, amano la guerra e, ovviamente, sono spaventati dagli eroi bianchi con i quali si ritrovano a lottare. Soprattutto da Matthew McConaughey.

Se mai ve ne foste accorti, è così che Hollywood presenta la maggior parte dei personaggi africani delle sue pellicole. A ricordarcelo ci pensano i quattro giovani protagonisti del geniale video qui sotto. Tra uno spezzone di film e l’altro, scherzano sugli stereotipi che li riguardano. “Non penserete davvero che siamo così?” chiedono sornioni, guardando in camera e rivolgendosi idealmente a tutto il mondo occidentale. “Siamo ragazzi piacevoli e cordiali e siamo persino su Facebook: siamo più di uno stereotipo, cambia la percezione!” dicono, appena prima di rivelarsi studenti di medicina e management.

È  a loro che l’Ong Mama Hope ha affidato il compito di lanciare la sua ultima campagna “Stop the pity, unlock the potential” (Ferma la pietà, libera il potenziale) che mira a fornire maggiore istruzione ai giovani africani per far si che anche le loro voci si sentano nel mondo. E non solo nelle pellicole hollywoodiane.

Ora, io non sono un esperto di pubblicità e fund raising per dare un giudizio oggettivo sulla campagna. Nè tantomeno un conoscitore così esperto del variegato universo delle Ong mondiali per valutare come sia realmente – e non solo on line – l’operato di Mama Hope. Potenzialmente, però, sono un donatore e, pur dando il mio contributo molto raramente e con parecchia attenzione, di fronte ad un messaggio come questo mi sono sentito coinvolto e invogliato a contribuire. E per questo ho deciso di farlo almeno con un post. Buona visione!

Il Camerun, tra Biya e Jean Claude

stephy-myadventures.blogspot.it

“Mentre negli Stati Uniti sono stati al potere cinque presidenti diversi, in Camerun comandare è sempre la stessa persona, che gestisce lo stato senza rendere conto a nessuno, come se fosse una sua proprietà”. Jean Claude Mbede racconta del suo paese d’origine con fare disilluso.

“Il mio – spiega mettendo l’accento sul problema della cattiva classe dirigente che affligge molti stati del continente – è un paese come tanti in Africa. Formalmente è una repubblica, il nome stesso lo dice e le elezioni si svolgono regolarmente, ma in realtà è guidato da persone che si permettono di cambiare la Costituzione come pare e piace loro. ”. Un’analisi fredda e rigorosa, da giornalista quale Jean Claude è. Che colpisce, però, di questo 36enne in Italia da quattro anni, è il fatto non nomini mai, tantomeno per nome, quel Paul Biya che ormai da un trentennio governa indisturbato l’ex colonia francese.

Salito al potere nel 1982, Biya ha emendato nel 2008 la Costituzione camerunense, ha cancellato ogni limite per i mandati presidenziali e, nell’ottobre 2011, ha sfruttato questa modifica per vincere nuovamente le elezioni e governare, a 78 anni, per altri sette. “In un regime come il nostro – continua Mbede – chi comanda vuole mantenere una mano ferma sul paese. Il risultato è una politica di oppressione, con riflessi dittatoriali, nei confronti di chi si oppone. E i giornalisti sono il primo bersaglio di chi non gradisce la democrazia”. Jean Claude, infatti, è stato costretto a lasciare il paese proprio a causa della sua professione. Continue reading

Auguri, dal “nuovo” Zambia

Due anni fa, ho trascorso due mesi in Zambia, a Lusaka, ospite di una persona che mi ha fatto stare molto bene e mi ha spiegato tante cose di quell’affascinante paese. Da allora, ogni anno, ricevo i suoi auguri di Natale e ogni volta migliorano. Così ho deciso di pubblicarli qui perché sono giornalisticamente molto ben fatti e anche perché, come contenuto, non avrei saputo scrivere niente di meglio. Buon Natale!

Qui è sempre strana la celebrazione del Natale. Niente freddo e neve ma il caldo umido della stagione delle piogge. Niente luci e musiche che creano la dolce atmosfera nella quale siamo cresciuti. Niente regali e scambi di auguri. Niente cenoni e pranzi dove abbonda ogni ben di Dio da bere e da mangiare. Tutto assomiglia alla monotana quotidianità che ogni giorno si ripete. Poi quest’anno Natale cadrà in domenica e tutto lo farà assomigliare ad una qualsiasi domenica dell’anno.

Ma c’è qualcosa di speciale in questo Natale 2011. Se ritorno con la mia mente alla memoria di quella notte ancora mi sale l’emozione che non mi ha permesso di dormire fino all’alba. Ormai erano mesi che si respirava tensione per le elezioni presidenziali del 20 settembre 2011. Muoversi ovunque, nei quartieri della parrocchia o in città, era diventato un problema. Bisognava cercare di capire la situazione e fiutare quel che stava per accadere. Più volte mi è anche capitato di dover scappare o cambiare strada per evitare le rivolte popolari o gli scontri non proprio pacifici tra le bande esaltate dei diversi partiti. Così il giorno delle elezioni arrivò. Ci eravamo preparati alla prigionia volontaria senza sapere bene quanto questa sarebbe durata. La nuova vittoria del presidente fin a quel momento al potere ci avrebbe condotti inevitabilmente alla guerra civile. Tutti erano pronti a combattere perché il desiderio forte e dichiarato del popolo era quello del cambiamento. Non ci sarebbe più stato spazio per un’abituale e ulteriore frode elettorale. Nella settimana precedente provvedemmo alle scorte alimentari che sarebbero stati sufficienti per lungo tempo; i piani di evacuazione con l’ambasciata era chiari e pronti ad entrare in azione con l’arrivo di condizioni critiche di sicurezza, ma la voglia di chiudersi in casa per giorni  non era proprio con me e con noi. Già il giorno prima il silenzio cadde sulla città. Nessuno più si muoveva, nessuna auto o camion in strada, mercati chiusi e deserti. Anche i ragazzi della scuola che animano e rendono rumorose le nostre giornate erano a casa. Per prudenza pianificammo una vacanza forzata almeno per una settimana, in attesa di calma Continue reading

[Link] Dal cacao al cioccolato – lastampa.it

L’articolo, un’interesante riflessione sulla crescita in Africa, arriva dal sito statunitense Project Syndicate (da cui è tratto lo screenshot qui sopra), ma La Stampa ha avuto il merito di tradurlo e divulgarlo anche da noi. Una proposta concreta e una visione lungimirante per il futuro del continente. Da leggere, magari insieme a quest’altro pezzo dello stesso autore.

[LINK] Al contrario – bbc.co.uk

A parte la TM News,  sui siti italiani la notizia sembra passata un po’ sotto silenzio, però, se si dovesse concretizzare quanto riporta la BBC, lo scoop ci sarebbe eccome. Un’ex colonia africana che salva (o aiuta) la vecchia madrepatria in difficoltà. E infatti ne hanno parlato anche Guardian e Financial Times.

Una sorta di colonizzazione all’inverso (come ha titolato Internazionale) che è stata anticipata anche da un’immigrazione all’inverso, raccontata sia da Le Monde (su Presseurop) che da Slate Afrique. Rimane però un dubbio. Nonostante la rapida crescita economica, un paese in cui ci sono ancora posti come Chikuma è giusto (o meglio, è utile) che corra in soccorso di altri stati in difficoltà?

[Link] Essere sindaco a Mogadiscio – aljazeera.com

Nonostante le discussioni sull’obiettività dell’emittente continuino (qui e qui per gli ultimi aggiornamenti), quando Al Jazeera propone documentari come questo non ha rivali. Almeno per me.

Tanto straziante quanto ben fatto. Anche se in inglese, da vedere per cercare di capire qualcosa in più di un posto come la Somalia che, quando va bene, compare nelle news italiane (eppure, era una delle poche nostre colonie) quando ci sono almeno una decina di morti.

Ps. l’esame di stato continua ad incombere (stavolta con l’orale). A fine novembre spero di tornare ad aggiornare il blog sul serio, nel caso (?) a qualcuno sia mancato.