Auguri, dal “nuovo” Zambia

Due anni fa, ho trascorso due mesi in Zambia, a Lusaka, ospite di una persona che mi ha fatto stare molto bene e mi ha spiegato tante cose di quell’affascinante paese. Da allora, ogni anno, ricevo i suoi auguri di Natale e ogni volta migliorano. Così ho deciso di pubblicarli qui perché sono giornalisticamente molto ben fatti e anche perché, come contenuto, non avrei saputo scrivere niente di meglio. Buon Natale!

Qui è sempre strana la celebrazione del Natale. Niente freddo e neve ma il caldo umido della stagione delle piogge. Niente luci e musiche che creano la dolce atmosfera nella quale siamo cresciuti. Niente regali e scambi di auguri. Niente cenoni e pranzi dove abbonda ogni ben di Dio da bere e da mangiare. Tutto assomiglia alla monotana quotidianità che ogni giorno si ripete. Poi quest’anno Natale cadrà in domenica e tutto lo farà assomigliare ad una qualsiasi domenica dell’anno.

Ma c’è qualcosa di speciale in questo Natale 2011. Se ritorno con la mia mente alla memoria di quella notte ancora mi sale l’emozione che non mi ha permesso di dormire fino all’alba. Ormai erano mesi che si respirava tensione per le elezioni presidenziali del 20 settembre 2011. Muoversi ovunque, nei quartieri della parrocchia o in città, era diventato un problema. Bisognava cercare di capire la situazione e fiutare quel che stava per accadere. Più volte mi è anche capitato di dover scappare o cambiare strada per evitare le rivolte popolari o gli scontri non proprio pacifici tra le bande esaltate dei diversi partiti. Così il giorno delle elezioni arrivò. Ci eravamo preparati alla prigionia volontaria senza sapere bene quanto questa sarebbe durata. La nuova vittoria del presidente fin a quel momento al potere ci avrebbe condotti inevitabilmente alla guerra civile. Tutti erano pronti a combattere perché il desiderio forte e dichiarato del popolo era quello del cambiamento. Non ci sarebbe più stato spazio per un’abituale e ulteriore frode elettorale. Nella settimana precedente provvedemmo alle scorte alimentari che sarebbero stati sufficienti per lungo tempo; i piani di evacuazione con l’ambasciata era chiari e pronti ad entrare in azione con l’arrivo di condizioni critiche di sicurezza, ma la voglia di chiudersi in casa per giorni  non era proprio con me e con noi. Già il giorno prima il silenzio cadde sulla città. Nessuno più si muoveva, nessuna auto o camion in strada, mercati chiusi e deserti. Anche i ragazzi della scuola che animano e rendono rumorose le nostre giornate erano a casa. Per prudenza pianificammo una vacanza forzata almeno per una settimana, in attesa di calma.

Il 20 settembre, giorno delle elezioni, tutto divenne più irreale. Mi sono chiesto più volte come la gente sia andata a votare. Non un rumore, nessuna persona in movimento. Soli in parrocchia con cancelli chiusi e chiesa chiusa. Solo qualche telefonata di parrocchiani, amici, che mi invitavano a rimanere in casa perché nei seggi elettorali vicini la gente aveva dato fuoco al tutto perché avevano ricevuto schede già votate per il presidente in carica. I primi machete già erano comparsi nelle mani della gente stanca dei soprusi subiti ormai da lungo tempo.

I due giorni successivi non furono migliori, anzi. Le prime sommosse popolari per i ritardi negli annunci dei risutati nei diversi distretti facevano aumentare la tensione. In teoria il risutato finale e l’annuncio del presidente eletto era stato fissato per il 22 settembre alle ore 18.00, ma nulla accadde. Solo fu dichiarato in televisione che ad un orario diverso ma non precisato qualcosa sarebbe stato detto. Da lì in poi cadderro le tenebre su di noi. Non semplicemente perché con il tramonto molto velocemente, almeno in questa parte del mondo, scende il buio, ma perché per fermare le comunicazioni di radio e televisioni private poco incilini a supportare il potere, l’elettricità in tutta la città fu tolta. Si salvarono solo i media dotati di gruppi elettrogeni. Noi invece ci trovammo in casa al buio, un po’ preoccupati, impossibilitati a ricevere informazioni precise. Proteste e manifestazioni si erano già mosse e qualche notizia ci arrivava dall’ascolto di una vecchia radio gracchiante a batteria. Tutti ormai dicevano che il candidato dell’opposizione aveva vinto e che il vecchio presidente non voleva lasciare il potere ma niente di più. Quando verso le 23.00 la corrente ritornò, davanti alla televisione e sintonizzati sull’unico canale nazionale aspettavamo notizie. Non che si parlasse di elezioni. Probabilmente per scoraggiare tutti ZNBC mandò in onda un vecchio film inglese così noisoso che tenere gli occhi aperti fin dopo la mezzanotte fu veramente un’ impresa. In verità fui l’unico in casa a resistere. Gli altri, scoraggiati e stanchi andarono a dormire. Ma ormai inaspettatamente a mezzanotte e mezza sul video comparve la presidente della commissione elettorale. Il silenzio della notte in quel momento si percepì ancora più muto. Credo che tutta la nazione fosse lì col fiato sospeso ma, dopo l’annuncio del nome del nuovo presidente eletto, un boato gioioso esplose all’improvviso. L’urlo di gioia di un popolo che cantava la sua liberazione è durato almeno per dodici ore, fino alla cerimonia dell’investitura ufficiale del nuovo presidenze dove migliaia di persone sono arrivate da tutto il paese (nella foto sopra, Sata con i suoi sostenitori). Una nuova nascita per lo Zambia. L’alba di un nuovo giorno. Il Natale per questo popolo è arrivato il 23 di settembre 2011. Il Natale di Gesù che è nuova vita, vita che irrompe improvvisa nella notte della nostra esistenza è stato festeggiato in maniera grandiosa qui da noi. La speranza che questo evento ha portato è ancora palpabile. Tutto appare più vivace e chiaro. Tutto sembra muoversi più in fretta. Tutto sembra spinto da nuove e misteriose energie. La libertà che abbiamo potuto gustare in una pratica, quella elettorale, che da noi sembra assolutamente  normale, è stata qui invece il motore per una novità che molti abituati per anni a subire un potere tiranno, non avevano mai gustato.

Il Natale dovrebbe essere così anche per noi: capace di farci entrare in una dinamica di libertà nuova, capace di darci speranza e luce, capace di farci respirare aria nuova, almeno per un attimo, per poterci poi muovere con uno spirito diverso.

Non so cosa succederà qui in futuro. Non so cosa sarà del nostro Natale dopo qualche giorno. L’unica cosa che tutti sappiamo e abbiamo ben chiaro è che il cammino verso la vita, verso la pienezza della libertà è ancora lungo e forse non arriverà mai alla fine se non con il nostro ultimo passaggio.

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