Chikuma, Cina

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Chikuma è un piccolo villaggio rurale dell’Angola centro-occidentale. Dista oltre 700 chilometri da Luanda. Dopo il boom economico propiziato al petrolio, lacapitale è cresciuta fortemente e alle baraccopoli delle periferie ha affiancato scintillanti grattacieli fino ad essere stata di recente nominata la città con il più alto costo della vita al mondo.

Una realtà molto diversa da quella di Chikuma: qui la gente vive di agricoltura, cerca di coltivare mais e patata americana nei terreni ancora infestati dalle mine della guerra civile che tra il 1975 e il 2002 ha messo in ginocchio l’ex colonia portoghese. La popolazione del villaggio, come quasi tutto il 43 per cento di angolani che ancora non si è spostato nelle aree urbane del paese, ha accesso con fatica all’acqua potabile e ai servizi sanitari. E la mortalità infantile sotto i cinque anni, anche a causa del colera, è ben più alta della media nazionale (220/1000).

“Qualcosa però in Angola si sta muovendo” osserva padre Josè Adriano Ukwatchali che a Chikuma è responsabile della missione cattolica Madonna della Purificazione. “La strada per arrivare al capoluogo di provincia Benguela, per esempio, è lunga circa 200 chilometri. Fino a un paio di anni era messa talmente male che per farla tutta servivano sette ore. Adesso è stata risistemata e ce ne impieghiamo solamente due”. Il merito – ovviamente non privo di tornaconto – è della Cina che ha finanziato anche la ferrovia che collegherà l’Angola allo Zambia e che consentirà al villaggio di Chikuma di essere ancora meno isolato.

In un paese con 18 milioni e mezzo di abitanti, gli immigrati cinesi, secondo padre Adriano, sarebbero 5 milioni. Tanti, forse troppi considerato che nel 2007 i dati ufficiali parlavano di 20mila persone (regolari), mentre altri più recenti si sono sbilanciati fino ad arrivare a un milione. Certamente, la presenza cinese esiste, eccome. L’Angola, diventata di recente il principale produttore africano di petrolio superando la Nigeria, è il primo fornitore di greggio della Repubblica Popolare, e il suo principale partner economico nel continente.

I suoi cittadini, però, continua padre Adriano, “vivono separati dalle nostre comunità. Anche se si iniziano a vedere le prime coppie miste, i contatti tra i lavoratori cinesi e gli angolani rimangono minimi. Per questo, o almeno così dice la mia esperienza, non ci sono particolari attriti o tensioni”. Le loro condizioni di vita e lavoro, però, sono pessime e, sempre secondo il religioso, molti degli immigrati sarebbero in realtà detenuti mandati in Africa a scontare la loro pena lavorando.

A guadagnarci, a scapito dei diritti umani e dell’occupazione, i governanti e i manager delle compagnie statali di entrambi i paesi, Citic e Sonangol su tutte. Solo per fare un esempio, la figlia del presidente angolano José Eduardo Dos Santos, al potere dal 1979, è la donna più ricca del paese e, secondo Forbes, anche dell’intera Africa.

E Chikuma? La missione cattolica ha da poco aperto un centro medico che dispone di tre sole infermiere per curare le circa 40mila persone dell’intera area circostante. Anche in questo caso, però, la risposta ad una domanda di cure che rimane alta potrebbe provenire da Oriente. Pochi giorni fa, Pechino e Luanda hanno firmato un protocollo di cooperazione in materia di sanità e, presto, delle equipe mediche pagate dallo stato cinese arriveranno nel paese con l’obiettivo di diminuire la carenza di personale specializzato.

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