Cosa succede in Malawi dove, per far benzina, si chiede aiuto a Facebook

In Italia circa il 30 per cento della popolazione ha un account Facebook. Il Malawi è fermo allo 0,5, ma nonostante questo “Malawi Fuel Watch” racconta il paese più di quanto si possa immaginare.

Il gruppo è stato creato il 10 giugno e in poco più di due mesi ha raggiunto i 1900 iscritti. A fondarlo, racconta Global Voices, è stato Frederick Bvalani, impiegato in una ditta di telecomunicazioni di Blantyre che ha deciso di sfruttare Facebook per riuscire a fare il pieno alla propria auto. Nel paese benzinai chiusi e lunghe file sono all’ordine del giorno a causa di una forte penuria di carburante che, tra alti e bassi, si trascina dal 2009 e si è riacutizzata proprio alcune settimane fa.

Ma la benzina non è la sola a scarseggiare. Anche elettricità -spesso prodotta proprio con generatori a benzina- e cibo sono venuti a mancare negli ultimi mesi al punto che lo scorso luglio diverse manifestazioni di protesta contro il presidente Bingu wa Mutharika sono sfociate in violenti scontri con le forze dell’ordine causando morti e feriti in tutto il paese.

Da quando è stato rieletto nel 2009, il presidente è stato più volte accusato dalle opposizioni e dalla società civile di crescente autoritarismo. Anche la diplomazia britannica lo ha definito in un suo dispaccio “autocratico e intollerante alle critiche”. E, quando il documento è trapelato sulla stampa, ne è nata una disputa che ha portato l’ex madrepatria a congelare 550 milioni di dollari d’aiuti per i prossimi quattro anni. Era il 14 luglio, il 20 la gente è scesa in piazza e, dopo la dura repressione delle manifestazioni, anche gli Stati Uniti hanno deciso di mettere in stand by altri 350 milioni di dollari di finanziamenti, riducendo di fatto all’osso un budget statale malawiano dipendente per il 40 percento dagli aiuti stranieri.

Bingu, dal canto suo, ha garantito che gli stati donatori si stanno sbagliando, ribadendo che le manifestazioni non sono state represse, ma che la polizia ha agito solamente contro gli autori dei saccheggi (realmente avvenuti). Di contro, l’opposizione ha rivolto al presidente una serie di richieste -tra le quali quella di scusarsi con la Gran Bretagna- decisa a tornare in piazza il 17 agosto nel caso non fossero state soddisfatte.

Insomma, complici le voci di una possibile successione tra Bingu e il fratello Peter susseguitesi negli ultimi giorni, l’atmosfera nel paese era molto diversa dal torpore ferragostiano che avvolge le città italiane di questi tempi e tutto faceva presagire una nuova giornata di tensione, con il ritorno in strada di quello che alcuni media locali hanno già ribattezzato “Red army”.

Questa mattina, invece, è arrivato il colpo di scena: manifestazioni rimandate. Forse confortati dall’istituzione di una commissione d’inchiesta internazionale con Onu, Unione Africana e SADC sui fatti del 20 luglio o forse dalla proposta di un gruppo di contatto presidenziale con opposizioni e società civile mediato dalle Nazioni Unite, i leader della protesta hanno deciso di “dare un’opportunità al dialogo“.

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