Rodney & Pape

La globalizzazione del calcio e i giovani africani che sognano l’Europa

“In che modo la globalizzazione trasforma la ricchezza e le opportunità a livello planetario? È una forza prevalentemente positiva, che mette le nazioni povere nelle condizioni di uscire dalla povertà partecipando ai mercati mondiali? Oppure crea grandissime opportunità solo per una piccola minoranza?” Per rispondere a questi interrogativi, l’autorevole economista di Hardward Dani Rodrik sosteneva, in un articolo del 2008, che “basta guardare quello che succede nel calcio”. E allora diamo un’occhiata.

Negli ultimi anni il numero dei calciatori africani nei massimi campionati europei è cresciuto fortemente. La Premier League, per esempio, nel 1989 ne ospitava quattro (tutti bianchi) che nel 2009 sono diventati 60, in maggioranza neri. Oggi, secondo uno studio dell’Osservatorio dei giocatori di calcio professionisti, i calciatori africani rappresentano il 13,5 per cento degli stranieri presenti nell’insieme delle leghe professionistiche europee. Di questi, 115 vengono dalla Nigeria, 82 dal Camerun e 67 dal Senegal, solo per nominare i paesi più rappresentati.

Si tratta, tornando a citare Rodrik, di “una piccola minoranza”, di alcun centinaia di giocatori che, essendosi affermati, nutrono le speranze -ma anche le illusioni- di milioni di ragazzi africani. E per avere un’idea di quanto sia forte il richiamo del calcio in un continente che ancora fatica a raggiungere gli Obiettivi basilari come quelli del Millennio,  basti pensare che lo stipendio dell’interista Samuel Eto’o convertito in valuta locale vale tre volte l’intero bilancio della federazione cameruense di calcio: 6 miliardi 836 milioni 858 mila 586 franchi Cfa.

Ciò significa che, per ogni Rodney Strasser arrivato a diciassette anni nelle giovanili del Milan dalla Sierra Leone, ci sono tanti ragazzi che tentano la sorte nell’Europa del pallone senza avere fortuna. E se del centrocampista rossonero, di recente a segno per la prima volta in serie A, in parecchi sanno la storia, molti meno sono a conoscenza di quel che ha passato Pape, ragazzo senegalese ora ospite a Roma di un centro d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati.

La sua è un’esperienza, purtroppo, comune. Notato in patria da alcuni sedicenti osservatori, indebita la famiglia per pagarsi il viaggio in Europa (in questo caso in Italia) e un visto turistico di pochi mesi. Arrivato, fa qualche provino con squadre più o meno blasonate, ma, anche perché privo degli scarpini che nessuno gli ha voluto fornire, li fallisce e viene completamente abbandonato da chi gli aveva promesso, lavoro, soldi e fama. A quel punto la scelta è tra ritornare in patria arrangiarsi per restare in Europa.

“Il ritorno in Africa – spiega Raffaele Poli, ricercatore presso il Centro internazionale di studi dello sport di Neuchâtel, in Svizzera – è vissuto come una vergogna. La famiglia e gli amici pensano che sia facile firmare un contratto e quindi la colpa di questa mancanza è messa sulle spalle del giocatore. Questi giovani tendono quindi spesso a sparire nel nulla, a diventare clandestini”.

Ma che dimensioni ha il fenomeno? “Questi problemi legati al traffico di visti sono difficilmente quantificabili -prosegue Poli-  L’associazione francese Culture Foot Solidaire, che si occupa di questi casi, negli ultimi sei anni ha aiutato più di 600 ragazzi nella sola Parigi”.

In tutta Europa si stima che siano più di 20 mila i giovani coinvolti in questa moderna tratta degli schiavi. E il termine non è ad effetto. “Sono espressioni forti, da usare con parsimonia -conclude Poli-. Quando però si osserva da vicino il funzionamento reale di questo mercato, poiché di un mercato a tutti gli effetti si tratta, questi termini non sono poi così esagerati”.

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